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Sabato, 17 gennaio 2026


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«La cultura come diritto fondamentale del cittadino nella visione dei padri costituenti» (Reggia Carrarese, 2 giugno 2025)

Discorso della presidente Giorgetta Bonfiglio-Dosio - I beni culturali: patrimonio fruttifero per i cittadini

locandina

Locandina della mostra

Buongiorno e benvenuti a tutti.

Mi presento: sono la presidente dell’associazione Archi-VA Valori Archivistici APS.

Ho fortemente voluto questo incontro di riflessione che intende celebrare in modo concreto e partecipato la festa della nostra Repubblica e della sua costituzione.

Inizio con i ringraziamenti:

  1. all’Accademia Galileiana prima di tutto, per l’ospitalità in questo luogo (che è non solo luogo fisico, ma è soprattutto luogo istituzionale), simbolico di una serie di valori di cui avremo modo di parlare, e soprattutto per la condivisione progettuale e la collaborazione fattiva ed entusiasta delle alte professionalità che avrete modo di apprezzare anche voi in seguito;
  2. un ringraziamento sentitissimo va alla prof.ssa Claudia Sandei che ha sacrificato un giorno festivo, all’interno di un allettante ponte, per testimoniare il valore della cultura e un ringraziamento a tutti voi che siete venuti qui per celebrare questa festa;
  3. un ringraziamento, infine, va alla CARIPARO e al Comune di Padova che hanno supportato il nostro progetto e hanno consentito di realizzare l’incontro odierno.

Premetto che non sono una tecnica del diritto: non aspettatevi, dunque, un contributo super-specialistico. Sono, però, prima di tutto una cittadina, come voi, che fin dai banchi di scuola ha imparato, grazie a ottimi insegnanti, ad apprezzare e ad amare con riconoscenza il frutto dell’opera dei padri e delle madri costituenti, alcuni dei quali furono membri di questa Accademia e molti dei quali hanno lottato in prima persona per dare all’Italia la libertà e alla Repubblica la sua carta costituzionale. Un nome per tutti: Concetto Marchesi.

Essendo figlia del dopo-guerra (sono nata nel 1951, in primavera, tempo di rinascita e di speranza, di voglia di progettare e realizzare), ho ascoltato dalla viva voce di chi l’ha vissuta l’atmosfera che si respirava negli anni, in cui le migliori menti d’Italia hanno scritta la nostra Costituzione, la cui sezione introduttiva, dedicata ai principi fondamentali (bello l’aggettivo ‘fondamentali’, perché evoca le basi solide di una costruzione), rimane ancor oggi a distanza di decenni sorprendentemente attuale, tanto da aver costituito nel recente passato un modello, un punto di riferimento per altri popoli usciti dall’oppressione di regimi dittatoriali.

Tra l’altro, per inciso ricordiamoci che il 2 giugno del 1946 per la prima volta le donne andarono a votare: fu evento epocale che ho imparato a conoscere dal racconto entusiasta e orgoglioso di mia madre.

Il motivo di questa indiscussa eccellenza sta forse nel fatto che il testo è stato frutto di una lenta distillazione, basata sul dialogo, sul confronto appassionato, ma reciprocamente rispettoso, fra tante voci differenti, ognuna delle quali ha apportato un contributo, voci differenti, ma unite nel comune intento di affermare i valori della libertà e della dignità umana.

E veniamo ai valori: termine che abbiamo sentito nell’intervento della prof.ssa Sandei, termine che compare in molte norme (penso soprattutto al Codice dei beni culturali e del paesaggio, il d.lgs. 42/2004, e ad alcune leggi regionali), termine che si trova sbandierato – talora a sproposito – in tanti progetti, termine che compare nella denominazione dell’associazione che presiedo (all’atto della sua costituzione si è scelta una parola latina ‘archiva’, che significa archivi, e si sono usate le due lettere finali come acronimo di Valori Archivistici, per ribadire che anche il più disprezzato e trascurato dei beni culturali possiede la capacità di essere portatore di valori apprezzabili, anzi necessari, per la collettività).

La cosa che ho trovato sempre felicemente sorprendente è che nel testo costituzionale l’art. 9 sia compreso tra i principi fondamentali, dai quali discendono poi i diritti e i doveri dei cittadini, primi fra tutti per il tema di cui parliamo oggi l’art. 21 (Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione), l’art. 33 (L'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento) e – non vi sorprenda – l’art. 32 (La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti), perché la salute, intesa come lo stare bene, non riguarda solo il corpo, ma anche lo spirito e la mente.

Quanto enunciato con matura consapevolezza dai padri e dalle madri costituenti costituì fin da subito il superamento del concetto di bene culturale espresso nel corpus normativo del 1939. I costituenti avviarono un processo di approccio al patrimonio culturale, culminato per l’Italia nel Codice dei beni culturali del 2004 e per l’Europa nella c.d. convenzione di Faro del 2005, oltre a quanto fissato nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (2000/C 363/01).

Non mi voglio soffermare su questioni tecniche. Richiamo solo l’attenzione sulla c.d. Convenzione di Faro (Convenzione quadro del Consiglio d’Europa sul valore dell’eredità culturale per la società), recepita dall’Italia nel 2020, che si configura come un trattato internazionale, perché intendo ricordare il tema della partecipazione delle comunità nella gestione e valorizzazione del cultural heritage. Il tema riguarda tutte le associazioni come Archi-VA (ma l’Accademia stessa è un’associazione), che si spendono per contribuire alla salvaguardia e alla valorizzazione dei valori della cultura, intesa in senso ampio.

Consentitemi, però, solo una piccola precisazione che riguarda la formulazione dell’art. 9.

I padri e le madri costituenti hanno a lungo dibattuto sui termini da usare e alla fine hanno scelto il sostantivo ‘Repubblica’ volendo intendere – anche in questo caso con lungimiranza e autentico spirito democratico – che tutte le componenti della Repubblica potessero/dovessero contribuire a promuovere ricerca scientifica e cultura.

Quando, nel 1975, si concretizzò il sogno politico di Giovanni Spadolini e fu costituito un nuovo ministero (allora denominato ‘per i beni culturali e ambientali’), che riunì le competenze fino a quel momento suddivise tra Ministero della pubblica istruzione e Ministero dell’interno, si decise di istituire un ministero c.d. ‘atipico’.

Poi, progressivamente ma irreversibilmente, si è verificato un irrigidimento burocratico, che ha reiterato forme arcaiche e inadeguate, spesso autoreferenziali, di gestione. In talune materie, invece di proporre soluzioni operative, frutto di ricerche interdisciplinari, ci si è arroccati nella difesa di funzioni e di posizioni di potere, francamente indifendibili.

Si aggiungano a questo discostarsi dallo spirito originario talune formulazioni discutibili del tanto esaltato Codice dei beni culturali e del paesaggio del 2004.

Alludo, ad esempio, all’assurda ripartizione di competenze fra strutture dello Stato, decisa per salvaguardare equilibri politici oppure alle inadeguate e restrittive definizioni dei ‘luoghi della cultura’ [ad esempio, l’archivio è definito «struttura permanente che raccoglie, inventaria e conserva documenti originali di interesse storico e ne assicura la consultazione per finalità di studio e di ricerca»], che hanno emarginato forze importanti per la salvaguardia e la valorizzazione del nostro patrimonio culturale.

Il fondo – secondo me – si è toccato con la denominazione attuale di Ministero della cultura, che pare suggerire un monopolio delle iniziative, forse finalizzato all’affermazione di un pericoloso ‘pensiero unico’, che è l’esatto contrario dello spirito della nostra costituzione e della convenzione di Faro.

Vediamo come tutto questo, che finora vi sarà sembrato fumoso e distante, incide sulle nostre vite di cittadini.

Negli anni successivi all’entrata in vigore della Costituzione si è verificato l’allargamento del concetto di bene culturale, grazie soprattutto ai lavori della commissione Franceschini: si è superata la concezione estetica, in base alla quale si parlava di cimeli e di rarità, e si è approdati alla definizione di bene culturale come espressione di civiltà, che ha consentito una tutela ‘allargata’ a un complesso di beni molto variegato, una tutela non fine a se stessa, ma orientata a una ri-appropriazione del patrimonio culturale da parte dei cittadini, chiamati, però, non solo a godere dei beni culturali, ma soprattutto a contribuire alla loro conservazione e valorizzazione.

In questo processo un ruolo fondamentale possono giocare le associazioni come Archi-VA, che ha previsto nel suo statuto come scopo sociale «quello di promuovere sensibilizzazione, ricerca e diffusione di soluzioni di qualità, altamente efficienti e facilmente fruibili per patrimoni documentari per finalità amministrative, culturali, storiche, professionali, didattiche e di ricerca». Facciamo qualche esempio: quando si parla di conservazione non si intende solo la conservazione fisica del bene, ma soprattutto quella intellettuale, che significa capire perché quel bene è nato, chi l’ha voluto e per quale ragione, perché è stato scelto quel soggetto e si è usata quella tecnica, che uso ne è stato fatto nel tempo, come può essere fruito in misura sostenibile. Tutte cose che vedrete applicate dalle spiegazioni, che vi saranno fornite per la reggia carrarese e per gli affreschi di Guariento, frutto di ricerche di vari esperti, di gestori, di comunicatori dalle professionalità diverse, tutte però dialoganti fecondamente tra di loro.

Così sarà chiaro il motivo per cui si è scelto di celebrare il 2 giugno in questa sede, per parlare di costituzione e di beni culturali.

Voglio poi accennarvi al tema del valore dei beni culturali, al quale gli economisti di tutto il mondo stanno dedicando molta attenzione.

Vi confesso che l’operazione compiuta qualche anno fa dal governo italiano di cartolarizzare i beni culturali mi aveva un po’ sconcertata e molto preoccupata. Avevo allora l’impressione che attaccare il cartellino del prezzo ai vari beni culturali fosse un espediente per far quadrare un bilancio un po’ discutibile e traballante e magari prefigurasse la volontà di far cassa. Ulteriori approfondimenti, recentemente compiuti anche per gli archivi, oltre che per gli altri beni culturali, e il confronto con colleghi economisti, mi hanno fatto comprendere il significato di questa operazione.

Includere i beni culturali come voci attive nello stato patrimoniale di un ente vuol dire far capire a chi li conserva che essi non sono solo voci passive, in quanto richiedono risorse finanziarie e intellettuali per la loro conservazione, ma possono diventare fonti di reddito.

Si è quindi superata la concezione che i beni culturali costituiscano solo un costo, in quanto non tutti comportano un’entrata immediatamente monetizzabile, e si è affermato che essi hanno un valore patrimoniale, in quanto assolvono a una funzione pubblica svolta nell’interesse della collettività.

In tal modo si riconosce il ruolo che essi svolgono a beneficio della formazione, della ricerca, della cultura e, in generale, della vita sociale ed economica. Va inoltre precisato che quanto si sta discutendo negli ultimi anni ha riproposto una definizione molto convincente di risorsa: bene che presenti un potenziale di servizio (service potential) oppure che sia in grado di generare benefici economico-finanziari (economic benefit). Potenziale di servizio è la capacità di contribuire al raggiungimento delle finalità dell’ente, senza necessariamente generare entrate monetarie.

Tra i parametri suggeriti per stabilire il valore economico dei beni culturali gli esperti hanno elencato:

  1. il valore d’uso diretto (che si verifica quando ad esempio un edificio storico è usato come sede di un ufficio: pensiamo alla prefettura di Firenze che risiede a palazzo Medici Riccardi, all’interno del quale si trova la Cappella dei Magi di Benozzo Gozzoli e pensiamo al benessere di chi lavora in quegli uffici), ma la nostra Accademia non è da meno…
  2. il valore d’uso indiretto (pensiamo ai maggiori introiti delle attività commerciali e delle strutture ricettive e della ristorazione che si realizzano nelle località dove i beni culturali esercitano un’attrattività turistica), non alludo alle grandi città la cui eccessiva e banalmente vissuta attrattività sta ponendo seri problemi di sostenibilità, ma penso a quanto sta succedendo a Padova con il riconoscimento UNESCO e il marchio ‘Urbs picta’
  3. il valore di esistenza (che è quello intrinseco del bene culturale per il fatto stesso che esiste). Non dimentichiamoci la fortuna di vivere immersi nella bellezza che è in ogni angolo dei nostri borghi antichi e confrontiamolo con i Paesi che per carenza di questi beni sono stati costretti anche ad attività illecite per popolare i loro sparuti musei
  4. il valore d’opzione (cioè la possibilità di usare in futuro i beni culturali),
  5. infine, il valore di dono, cioè la consapevolezza che altri possono utilizzare il bene.

Vi presento altri esempi, che riguardano gli archivi, vale a dire la tipologia di bene culturale generalmente meno conosciuta e meno apprezzata dal grande pubblico, forse anche per colpa di noi archivisti.

Recentemente ho definito gli archivi «casseforti di diritti soggettivi e di identità collettive» e vi spiego perché.

Gli archivi sono vere e proprie risorse e contribuiscono al benessere collettivo in quanto i documenti, specie quelli squisitamente pubblici, costituiscono, modificano, estinguono e documentano diritti soggettivi, assicurando quella che si suole definire ‘pace sociale’, attestano situazioni e stati giuridicamente rilevanti, sono potenti e indiscutibili strumenti di valutazione della gestione della cosa pubblica e dell’esercizio democratico e trasparente del potere, documentano quanto è successo, consentendo di ricostruire le storie dei singoli e delle comunità. Il valore di qualcosa si apprezza quando questa ci viene a mancare: per questo motivo anni fa ho inventato un gioco. Ipotizziamo gli scenari possibili nel caso che gli archivi sparissero come d’incanto (qualcuno potrebbe affermare: «Finalmente ci siamo liberati di questa cartaccia e anche dei data-base, che costava troppo mantenere, che occupavano spazio, che richiedevano personale specializzato, che succhiavano risorse ed erano un fastidio»).

Ma provate a immaginare in quale incubo si trasformerebbe la vostra vita: senza stato civile, senza catasto, senza archivi notarili, senza fascicoli processuali, senza cartelle cliniche e fascicoli sanitari, senza archivi delle università, senza pubblici registri (PRA, registri immobiliari, albi professionali, etc.) semplicemente non esisteremmo come persone giuridiche, non esisterebbero le nostre proprietà, i nostri diritti, i nostri doveri.

Attribuire un valore al proprio archivio serve all’ente produttore per supportare le attività di pianificazione, progettazione e monitoraggio e per comunicare le prestazioni che l’archivio rende alla comunità in termini di servizi. L’informazione stessa, purché attendibile e autorevole, è un servizio (pensate a quante informazioni tecnicamente rilevanti stanno negli archivi, cartacei e informatici, delle amministrazioni pubbliche. Informazioni utili per conoscere in modo autentico le situazioni e per progettare in modo consapevole e concreto gli interventi futuri.

Allora, non conviene, anche economicamente, investire risorse per conservare adeguatamente gli archivi e gli altri beni culturali? Quanto vale la pace sociale? Quanto vale il nostro benessere? Dobbiamo convincerci che i benefici non sono solo di carattere monetario.

Da più parti, anche da parte degli economisti, si sta invocando un recupero dell’etica nei comportamenti singoli e collettivi, specie di chi opera nella grande finanza, che in nome di un guadagno facile e immediato sta sprecando risorse di competenze tecniche e di vocazioni territoriali, difficilmente recuperabili in futuro.

Gli archivi (ma in genere tutti i beni culturali) possono essere potenti strumenti di terapia sociale in molte situazioni: facciamo qualche esempio.

  1. casi di Alzheimer o casi di lesioni cerebrali, trattati con il ricorso a fotografie, ricordi, documenti, musiche
  2. disagio giovanile, che si può contrastare facendo conoscere realtà ‘belle’ non solo in senso estetico, comunicando l’entusiasmo della ricerca, che fa superare fatica e disagi, incomprensioni interpersonali; i beni culturali, ma soprattutto chi lavora con e per i beni culturali, possono educare al dialogo e a una conoscenza critica delle situazioni; possono sviluppare lo spirito di servizio e di solidarietà, la capacità di ascolto, la curiosità, l’allargamento della prospettiva al di là dei propri problemi contingenti, seppur gravi (quando ho insegnato in una scuola professionale per motivare i ragazzi allo studio della storia e della geografia suggerivo di pensare alla limitatezza, spaziale e temporale, della nostra vicenda umana e alla possibilità offerta dalle due discipline di dilatare il nostro tempo e il nostro spazio).
  3. degrado delle periferie, su cui si può intervenire grazie al contributo culturale di progettisti e restauratori con proposte non solo funzionali (in proposito, vi leggo una frase che ho trovato nella lettera di un architetto del primo Ottocento: «L’ordine, il perfetto e il buono hanno col bello una grande affinità»)

Sarò un po’ idealista, ma sono convinta che la cultura autentica, alla quale tanto valore è stato attribuito dalla nostra costituzione, possa contribuire al recupero di certi valori civili e possa educare alla convivenza, vissuta con gioia e senza paura, perché fondata sulla conoscenza e sul rispetto reciproco, possa recuperare il valore del bene agire, soprattutto nella sfera pubblica (con spirito foscoliano e laico, con spirito di responsabilità nel rispetto dei valori costituzionali), possa supportare la comprensione autentica e non strumentalizzata delle appartenenze, vissute con orgoglio e speranza, la conoscenza dei contesti, anche ambientali, la difesa del patrimonio culturale, avvertito come costituente autentico del nostro essere cittadini.

La cultura e la ricerca, che la Costituzione protegge e promuove, sono in grado di produrre benefici materiali e immateriali tangibili e quantificabili, soprattutto un benessere collettivo, una pacifica, autentica e consapevole piacevolezza del vivere, che l’ambiente in cui ci troviamo e la preparazione della dott. ssa Beatrice Brunetti e della dott.ssa Angelica Franchin vi faranno sicuramente apprezzare meglio di me.